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Archive for dicembre, 2013

Estensione alla Legge Mancino

Estensione alla Legge Mancino

 

La legge recante “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia” (245-280-1071-A) approvata alla Camera il 19 settembre 2013, presenta notevoli criticità che la rendono inapplicabile e addirittura nociva, non solo per i diritti delle persone LGBT, ma anche per le minoranze attualmente tutelate dalla legge Mancino-Reale.

VA ELIMINATO DAL TESTO L’EMENDAMENTO 1.61 (SUBEMENDATO) PERCHE’ CONSENTE LA LIBERTA’ DI INSULTO NEI CONFRONTO NON SOLO DELLE PERSONE LGBT MA ANCHE DI ALTRE MINORANZE

Infatti, a seguito dell’approvazione in aula dell’ emendamento Verini-Gitti (1.61 subemendato) era inserito al comma 1, dopo la lettera b quanto segue: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni.” L’introduzione, del tutto innovativa, in un testo di legge di un imprecisato ‘pluralismo delle idee’ avrebbe come sicuro effetto quello di relativizzare, e perciò indebolire, la tutela giuridica dello status della persona o della sua condizione di vita in relazione ad una determinata appartenenza etnica, religiosa, ovvero di orientamento sessuale o identità di genere. Nel caso delle persone omosessuali, ad esempio, questa pratica di ‘relativizzazione’ significherebbe dare tutela alla condizione di vita di chi è omosessuale ma, allo stesso tempo, significherebbe dare espressa liceità, per mezzo di un atto legislativo, all’opinione che ritiene l’omosessualità una malattia curabile, ovvero che le persone omosessuali non possano essere buoni genitori ecc.ecc.

DISCRIMINARE IN BASE ALL’ORIENTAMENTO SESSUALE, IDENTITA’ DI GENERE, ETNIA, RAZZA, RELIGIONE, RISCHIA DI DIVENTARE LEGITTIMO. VA ELIMINATA LA LOCUZIONE <<CONFORMI AL DIRITTO VIGENTE>>.

Un altro punto che presenta forti criticità dal punto di vista giuridico riguarda le ‘condotte conformi al diritto vigente’ che non è stata oggetto, fino ad oggi, di critiche o di censure. Ciò non esclude che, al contrario, sia proprio questo punto quello più pericoloso e illiberale dell’intero emendamento. Poiché il concetto di ‘discriminazione’ è tratto dalla legislazione civilistica, ed ha quindi valenza extrapenale, ne consegue che la garanzia che detto emendamento offre alle condotte “conformi al diritto vigente” significa una cosa soltanto: con l’approvazione dell’emendamento chiunque potrà legittimamente, senza ledere alcun diritto altrui, impedire il riconoscimento di diritti o di tutele in materia di etnia, religione, orientamento sessuale o identità di genere. E ciò in quanto detta condotta impeditiva sia conforme all’attuale diritto vigente, così come interpretato dagli organi dello Stato. Non occorre, infatti, possedere particolari nozioni giuridiche per sapere che ogni ordinamento giuridico assegna un’importante funzione all’attività ermeneutica del diritto. In base alla – Raccomandazione CM/Rec(2010)5 del Comitato dei Ministri agli Stati membri del Consiglio d’Europa sulle misure volte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, vi è un esplicito riferimento ai discorsi dell’odio: “Gli Stati membri dovrebbero adottare le misure adeguate per combattere qualsiasi forma di espressione, in particolare nei mass media e su internet, che possa essere ragionevolmente compresa come elemento suscettibile di fomentare, propagandare o promuovere l’odio o altre forme di discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali. Tali “discorsi d’odio” dovrebbe essere vietati e condannati pubblicamente in qualsiasi circostanza. Tutte le misure adottate dovrebbero rispettare il diritto fondamentale alla libertà di espressione, conformemente all’Articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo”.

IN VIA PRINCIPALE: MEGLIO USARE ‘ORIENTAMENTO SESSUALE E IDENTITA’ DI GENERE’, TERMINI CONOSCIUTI DALLA LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE, COMUNITARIA E NAZIONALE. IN SUBORDINE: DEFINIRE CHE S’INTENDE PER OMOFOBIA E TRANSFOBIA DATO IL PRINCIPIO DI TASSATIVITA’ DELLA NORMA PENALE E IL DIVIETO DI INTERPRETAZIONE ANALOGICA.

Inoltre, all’interno del decreto Mancino, nel testo licenziato alla Camera, sono stati inseriti i termini “omofobia” e “transfobia”, scelta che, pur andando nella giusta direzione, ci appare alquanto incomprensibile. Più idonei e anche semanticamente coerenti sono i termini “orientamento sessuale” e “identità di genere”, termini che già compaiono nella nostra normativa e in trattati internazionali, molto meno ambigui e con una robustezza giuridica già consolidata.

Omofobia e transfobia: il trucco c'è....e si vede

Omofobia e transfobia:

il trucco c’è….e si vede

di Luca Morassutto

avvocato in Ferrara

tratto da questo articolo su Magistratura Democratica

Un primo passo è stato fatto, però discutibili equilibri politici hanno fatto diventare la norma approvata alla Camera un involucro quasi vuoto, rendendo, per assurdo, le minoranze – prima tutelate – quasi nude di fronte alla discriminazione

 

Se il sonno della ragione genera mostri c’è da pensare che il testo unificato delle proposte di legge Scalfarotto ed altri; Fiano ed altri; Brunetta ed altri recante “disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia” (C. 245-280-1071-A) sia il prodotto di molte ore tutt’altro che insonni.

Il testo, licenziato dalla Commissione giustizia della Camera, aveva sollevato non poche polemiche in relazione alla mancata previsione, in relazione ai reati a matrice omo-transfobica, dell’estensione dell’aggravante speciale di cui al d.l. Mancino, alla connessa procedibilità d’ufficio, nonché, fra le altre, alla previsione dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettiva. Queste lacune appaiono ora colmate. Quello che oggi si può affermare è che l’Italia avrà finalmente, ma verrebbe da dire forse, una legge che colpisce i crimini commessi contro la sola delle minoranze presenti sul territorio sino ad oggi esclusa dalla peculiare tutela penale offerta dalla legge Reale-Mancino. E si badi, non è un raggiungimento da poco. Quel vergognoso dato statistico che vedeva l’Italia al 19% sulla scala del riconoscimento dei diritti civili in Europa, contro una media del 60% degli altri Paesi, può essere ora corretto al rialzo.

Lo strumento però alla nostra analisi, che, va ripetuto, riempie un vuoto, è comunque non scevro da critiche. Un primo passo è innegabilmente stato fatto ma il punto però è che discutibili equilibri politici hanno spinto la norma a divenire un involucro quasi del tutto vuoto, rendendola, per assurdo, la porta di ingresso principale di quelle condotte che si intendevano perseguire. Che si tratti di miopia giuridica piuttosto che di infelice compromesso politico o di sciagurato connubio di entrambi gli elementi, non è dato sapere. Quel che è certo è che oggi, per assurdo, le minoranze, un tempo tutelate dalla Legge Reale e dal decreto legge Mancino, appaiono quasi nude di fronte alla frusta della discriminazione.

Appare quindi necessario analizzare il testo così come approderà al Senato. Alla proposta di legge si è aggiunto l’emendamento Verini ed il subemendamento Gitti i quali recitano: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, saniraria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni“.

La stampa quotidiana non ha esitato a definire questo provvedimento un monstrum giuridico ed a buon diritto. La tecnica redazionale della norma fa si che questa si candidi ad essere uno dei peggiori prodotti normativi degli ultimi vent’anni in ambito penale violando i più elementari principi a cui un testo legislativo deve ispirarsi. Chi ha seguito le fasi gestatorie di questa norma si avvede subito di come sia acclarata l’ansia di creare una nicchia di non punibilità per tutelare quella parte del mondo cattolico che temeva oniriche ripercussioni sulla condotta dei propri ministri di culto. Come già ho avuto modo di dire in altro intervento, questa altro non è che la posizione strumentale di chi o non ha letto il testo di legge Reale-Mancino o con consapevole volontà mistificatoria ha inteso inoculare in sprovveduti elettori paure totalmente ed assolutamente infondate.

L’analisi del disposto legislativo ci permette di enucleare tre tipologie di condotta e correlate criticità. La prima condotta viene disegnata in negativo: “non costituiscono discriminazione né istigazione alla discriminazione” ed ha ad oggetto “la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee”. E’ davvero difficile non provare un moto di imbarazzo nel dover commentare, alla luce dei principi cardine del diritto penale, il concetto di pluralismo delle idee. Prima criticità quindi: dire che il concetto offre il fianco a problemi definitori è il minimo. Appare evidente come a essere violati siano i principi di determinatezza e tassatività della norma penale sollevando fondati dubbi di legittimità costituzionale dell’emendamento. Va detto chiaramente: pluralismo delle idee è concetto sì vago e dai contorni a tal punto indefiniti da rendere possibile la riconduzione in esso di qualunque posizione individuale portando così ad una inevitabile legittimazione anche delle affermazioni più inquietanti.

I dubbi circa la legittimità costituzionale di questa parte della norma si rafforzano abbondantemente se ci si sofferma su una argomentazione più articolata.

Come si ricorderà la Legge Reale dava attuazione alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 21 dicembre 1965. All’art. 3 della Legge Reale, nella sua pristina formulazione, vi era un passaggio di non poco conto alla luce dell’economia del presente intervento, testualmente: “ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione …” divenuto, con il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122, conosciuto come decreto legge Mancino: “anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’art. 4 della convenzione”.

Gli obblighi internazionali assunti sono quindi rintracciabili nell’art. 4 della convenzione il quale recita: “Gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s’ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorita’ di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore, o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale, e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dei diritti chiaramente enunciati nell’articolo 5 della presente Convenzione, ed in particolare: a) A dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorita’ o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonche’ ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica [...]”. Anche il razzismo più becero è di per sé espressione del pluralismo delle idee (per usare l’infelice formulazione normativa) e quello che la convenzione aveva ben chiaro è che una opinione quando lede i diritti fondamentali delle persone deve esserecondannata e punita.

Una riflessione, si badi, fatta propria in più riprese dalla Suprema Corte di Cassazione, non da ultimo con la sentenza numero 20508 del 13 marzo 2012 ove afferma “Un discorso, anche eventualmente apprezzabile non può autorizzare cedimenti a condotte illegali: un insulto resta tale anche se inserito in un bel ragionamento,[tanto che] il senso complessivo dell’elaborazione culturale non può redimere passaggi argomentativi in sé non assimilabili sul piano della liceità giuridica”. Quel che l’emendamento Verini fa quindi è dare un colpo di spugna a tutta la lettera a) della Legge Reale-Mancino esponendo così il testo finale a profili di illegittimità costituzionale rispetto all’art. 117 comma 1° Cost.: La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Seconda condotta individuata dall’emendamento è l’istigazione all’odio o alla violenza. Si tratta in buona sostanza del contenuto della lettera b) della legge Reale-Mancino che quindi sopravvive, unica condotta di fatto ad oggi punibile.

Di altrettanto infelice formulazione è l’espressione: non costituiscono discriminazione né istigazione alla discriminazione le condotte conformi al diritto vigente. La riflessione dell’interprete cade sulla parola “diritto” (non è stata usata la parola legge). Di primo acchito potremmo sostanzialmente dire che questa parte della norma appare tautologica in quanto altro non fa se non dire che è lecita la condotta conforme alla legge. Di contro esiste una criticità nell’uso della parola “diritto” in questo contesto. Essa apre a quegli atti che legislativi non sono. Pensiamo all’ordinanza di un sindaco che vieti ai rom di sedersi sulle panchine di un parco perché i loro abiti non sono consoni al luogo. Ai sensi della legge Reale-Mancino si tratta di una condotta penalmente perseguibile ma l’emendamento Verini renderebbe il fatto penalmente irrilevante. Si tratterebbe infatti di una condotta riconducibile al pluralismo delle idee, e difficilmente potrebbe ritenersi integrata l’istigazione all’odio.

Se l’emendamento Verini si caratterizza per una pessima tecnica legislativa e per svariati profili di incostituzionalità, il giudizio sul subemendamento Gitti non può essere che ancor più impietoso. Così il testo del subemendamento: “ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, saniraria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”. Anzitutto si deve capire l’uso della disgiuntiva ovvero.

Il senso di una congiunzione disgiuntiva è introdurre un’alternativa tra due parole, due concetti o due frasi, a volte escludendo uno dei due. Il primo elemento posto nell’alternativa dialettica è “la condotta conforme al diritto vigente”. Inevitabilmente quindi il subemendamento sta ponendo alla nostra attenzione quale secondo elemento una condotta che si pensa non essere conforme al diritto vigente ma che si vuole pertanto scriminare. Le altre due parole a seguire “anche se” non hanno ragione di essere apposte nell’economia del dettato normativo. Il loro valore è puramente e prettamente politico. sono cioè i trenta denari che si son dovuti pagare per il voto in aula. Il subemendamento, va detto, muove da una più che condivisibile idea ossia quella che organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, di religione o culto debbano anzitutto veicolare un messaggio conforme al loro statuto.

Sarebbe impensabile per esempio che una comunità ebraica non abbia degli strumenti per censurare e rimuovere un rabbino che inneggi al nazismo o che un seminario cattolico sia costretto ad accettare iscrizioni di donne sposate. Il punto è: normativamente serviva? No, non serviva. L’ordinamento italiano conosce da ben dieci anni questo concetto: “non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’eta’ o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attivita’ lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attivita’ medesima.” (art. art. 3 comma 3 d. lgs. 216/2003).

Se in linea di principio si può capire l’afflato che ha mosso alla redazione del subemendamento, quello che emerge è che lo strumento sia sfuggito alle mani del suo creatore. Si è così data strada maestra per una massiccia depenalizzazione della discriminazione. Grazie a questo subemendamento infatti, volendo proporre un esempio paradossale, una organizzazione sanitaria potrebbe decidere di non passare farmaci gratuiti ad una particolare etnia e tale condotta, per quanto discriminatoria, non risulterebbe comunque penalmente rilevante; o ancora una organizzazione potrebbe decidere di licenziare un dipendente perchè di colore (e per quanto il licenziamento sia illegittimo e di conseguenza porti al reintegro del lavoratore unitamente ad una richiesta di risarcimento del danno non sarà comunque una condotta penalmente rilevante).

Ecco allora che lo strumento normativo uscito dal voto della Camera si presenta a noi come arma spuntata. Inizialmente il problema riguardava la sola comunità lgbt che altro non faceva che chiedere una applicazione dell’art 3 Cost. e la conseguente estensione della legge Reale-Mancino anche ai reati a matrice omofobica e transfobica. Quello che ne è risultato è una legge attualmente debole per tutte le minoranze in Italia che non trovano più, a causa di un emendamento incostituzionale e di un subemendamento a dir poco allarmante, quella tutela penale necessaria in uno Stato che attualmente non si distingue per la tutela dei diritti civili fondamentali. Sopravvive così in concreto unicamente la lettera b della legge Reale-Mancino finalmente operativa nella sua previsione anche per i reati omofobici e transfobici ma si è di contro resa inutile quella tutela volutamente anticipatoria di fatti di sangue che la lettera a) ben prevedeva.

 * Si ringrazia il dott. Marco Gattuso per il proficuo scambio di idee

Il meglio è nemico del…bene

“Il meglio è nemico del…bene”

di Davide Steccanella

avvocato in Milano

tratto da questo articolo su Magistratura Democratica

Come gran parte delle leggi, anche il ddl contro omofobia e transfobia poteva certamente risultare migliore, ma almeno, da oggi, razzismo e omofobia sono crimini equiparati

 

L’articolo di Luca Morassutto muove alcune critiche al disegno di legge approvato dalla Camera “in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia”. Pur convenendo con l’estensore che il testo finale mostra di avere tenuto in evidente conto di tutte le diverse “sensibilità” politiche che in questi mesi hanno contribuito a redigerlo, alcune delle critiche ivi esposte non paiono così tecnicamente condivisibili.

Lamenta l’avvocato Morassutto che tre sarebbero i punti “critici” della legge in questione, e tutti e tre racchiusi in quell’ art. 3 bis che ha recepito due emendamenti introdotti in diversi momenti da Verini e da Gitti.

Il primo riguarderebbe la definizione “riconducibili al pluralismo delle idee” scriminante, secondo l’estensore dell’articolo, dai contorni di determinatezza troppo vaghi per assolvere da un lato agli obblighi costituzionali di tassatività in materia penale, e dall’altro a quelli imposti dagli artt. 4 e 5 della convenzione ONU del 1965 contro ogni forma di discriminazione razziale espressamente recepita prima dalla Legge Reale del 1975, e quindi dalla Legge Mancino.

Entrambi i rilevi non convincono perché mostrano di non tenere conto che la scriminante del pluralismo delle idee è retta da quella unica condizione finale che la legittima, ed introdotta dall’avverbio purchè, e che esclude, tassativamente ed in pieno rispetto della convenzione ONU, che possa ritenersi libera manifestazionedel pensiero tutto quanto istiga all’odio o alla violenza, ed appare di tutta evidenza che qualsiasi manifestazione pubblica di “razzismo” contiene in nuce e per definizione stessa una istigazione se non alla violenza quanto meno all’odio (di razza appunto).

Il secondo riguarderebbe la scelta del termine “diritto” in vece di quello di “legge” nella seconda scriminante prevista per le “condotte conformi al diritto vigente” e che, sempre secondo l’estensore, rischierebbe di lasciare impunito un Sindaco che vietasse le panchine del parco ai ROM a mezzo di una semplice Ordinanza.

A prescindere dal fatto che si tratta di precisazione del tutto “inutile”, posto che ritenere che una condotta conforme al diritto vigente possa costituire allo stesso tempo reato appare evidente ossimoro, anche tale rilievo non appare a chi scrive così fondato.

E’ ben vero che il termine diritto è più esteso di quello di legge essendo, il primo, formato da più fonti, tra le quali, anche, ma non solo, le leggi, ma sostenere che vietare indiscriminatamente l’utilizzo di una struttura pubblica ad una intera etnia non istighi i cittadini di quel comune, o quanto meno alcuni di essi, all’odio razziale, pare alquanto “astratto”.

La terza critica riguarda infine la congiunzione ovvero (in soluzione di continuo con quell’anche se) introdotta prima della ultima previsione di esclusione che riguarda le condotte assunte all’interno di alcune (ed indicate)organizzazioni.

Qui per la verità si conviene con l’avvocato Morassutto, e con quanti ne hanno giustamente criticato la stesura, ma più per ragioni lessicali e grammaticali che per altro, nel senso che è l’intera previsione a risultare mal scritta, e di non immediata comprensione.

Ma nella “sostanza”, che poi è quello che conta, i pericoli denunciati in articolo non ci paiono così concreti.

Anche qui infatti, e come nel primo caso, sembra non essere stata prestata sufficiente attenzione alla definizione finale di chiusura che richiede pur sempre che le citate organizzazioni siano connotate da principi e valori di rilevanza costituzionale, tra i quali non potrebbero certo mai essere ricomprese organizzazioni dedite per statuto all’odio di classe, di religione, di sesso o di razza.

Anzi, a voler ben vedere, proprio quell’ infelice anche se potrebbe essere inteso come richiamo al più generaledivieto di istigazione all’odio o alla violenza che esclude in radice la scriminante di cui all’art. 3 bis, nel senso che meglio specifica che rimangono pur sempre punibili tutte quelle condotte in tal senso anche se assunte all’interno di organizzazioni costituzionalmente garantite.

In articolo vengono esplicitati due esempi (un po’ paradossali) di condotte non più punibili a seguito del citato emendamento: a) organizzazione sanitaria che decidesse di non passare medicine ad una particolare etnia e b) licenziamento di dipendente perché di colore.

Sul punto va anche osservato che esistono, e per fortuna, nel nostro Ordinamento (e lo riconosce lo stesso articolista), rimedi idonei ad evitare quanto sopra, senza dovere necessariamente ricorrere alla norma penale che è giusto che intervenga a sanzionare, ed anche pesantemente, tutte quelle condotte che possono in qualche modo risultare istigatrici di odio e violenza, ma non necessariamente tutto quanto è contrario al diritto.

Peraltro, chi scrive, non ritiene che sia solo con lo strumento penale e repressivo che si possa migliorare legislativamente la “cultura” di un paese, ed il fatto che questa legge sia stata approvata con un ampio consenso di forze politiche, fino ad oggi su questi temi in aperta contesa, potrebbe anche rivelarsi un segnale positivo per il futuro, affinchè possano un domani cadere altre “barriere legali”, tuttora incomprensibilmente vigenti, e che non riguardano il diritto penale.

Infine sia consentito di formulare una considerazione d’ordine più generale su questa legge che, come era prevedibile, ha scatenate moltissime polemiche da più e diverse parti.

Come annota anche l’avvocato Morassutto nel suo articolo, finalmente anche in Italia è stata colmata una gravissima lacuna legislativa che fino ad oggi contrassegnava in modo inaccettabile una evidente discriminazione nei confronti di una ben precisa categoria di persone.

il meglio è nemico del bene” recita un noto detto, e se è vero che come gran parte delle leggi, anche questa poteva certamente risultare migliore, è anche vero che almeno da oggi razzismo e omofobia sono crimini equiparati.

Sembra una “ovvietà”, eppure si è dovuto attendere il 2013 perché ciò avvenisse e questo dato mi pare che possa oggi prevalere su tutte le altre considerazioni sempre, sia chiaro, pienamente legittime allorchè ci si trova a dover commentare una nuova legge che riguarda la tutela dei diritti civili.

Il disegno di legge in materia di contrasto all'omofobia viene trasmesso al Senato

Il disegno di legge in materia di contrasto all’omofobia viene trasmesso al Senato

Tratto da questo articolo su ASGI

Forti perplessità per un emendamento approvato durante la discussione alla Camera dei Deputati.

La proposta di legge “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia”  è stata approvata alla Camera dei Deputati lo scorso 19 settembre ed è stata trasmessa il giorno dopo al Senato della Repubblica.

Il testo approvato dalla Camera dei Deputati prevede innanzitutto la modifica all’art. 3 della  legge 13 ottobre 1975, n. 654 (la c.d. “Legge Reale” di ratifica ed esecuzione della Convenzione contro il razzismo adottata dalle Nazioni Unite a New York nel 1966), inserendo tra le condotte di istigazione, violenza e associazione finalizzata alla discriminazioneanche quelle fondate sull’omofobia o sulla transfobia. Conseguentemente, il provvedimento prevede la punizione  con la reclusione fino a un anno e 6 mesi o la multa fino a 6.000 euro chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi» fondati sull’omofobia o transfobia; con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chi in qualsiasi modo «istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi» fondati sull’omofobia o transfobia; con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chiunquepartecipa – o presta assistenza – ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi fondati sull’omofobia o transfobia. La pena per coloro che le promuovono o dirigono è la reclusione da 1 a 6 anni.

Nel corso del dibattito in aula, tuttavia, è stato approvato un emendamento,  secondo cui  “ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei princìpi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”.

L’ASGI ha espresso perplessità rispetto a tale emendamento perchè suscettibile di introdurre elementi di forte ambiguità –contrari peraltro ai principi di tassatività della norma giuridica penale -nella effettiva possibilità di perseguire penalmente  forme di istigazione alla discriminazione che, pur non facendo  ricorso ad un linguaggio esplicitamente inneggiante all’odio o alla violenza, pur sempre esprimano sentimenti di rigetto,  pregiudizio  e di ostilità nei confronti di determinati gruppi sociali identificati secondo le categorie ‘protette’ dalla norma . Se così fosse, l’Italia verrebbe meno ai suoi obblighi derivanti dall’adesione e ratifica alla Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale che richiede agli Stati membri  di reprimere penalmente tra l’altro l’incitamento alla discriminazione razziale, non solo dotandosi di  norme penali appropriate,  ma anche applicandole effettivamente (“To satisfy these obligations, State parties have not only to enact appropriate legislation but also to ensure that it is effectively enforced” Committee on the Elimination of Racial Discrimination, General Recommendation XV on art. 4 adopted by the Committee at its forty-second session (1993)).

Ugualmente, non si ravvede la necessità e l’opportunità  di definire un’eccezione dall’applicabilità della norma penale in materia di contrasto a forme di hate speech  per le ‘organizzazioni di tendenza’. Innanzitutto queste  già godono  di particolari forme di esenzione dall’applicazione delle normative antidiscriminatorie nell’ ambito civile della regolamentazione delle  relazioni lavorative in virtù delle norme applicative della direttiva n. 2000/78 (direttiva “Occupazione”). Inoltre, la giurisprudenza  della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, nonchè la casistica del Comitato ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, chiamato a monitorare l’applicazione dell’apposita  Convenzione, hanno chiarito come un giusto bilanciamento tra principio di libertà di espressione e limiti alla medesima per effetto del divieto di  incitamento all’odio razziale o verso altri  gruppi sociali può certamente richiedere una maggiore tolleranza verso affermazioni “provocatorie”  o forme di “esagerazione” espresse da esponenti politici nell’ambito di dibattiti pubblici su questioni generali che possono riguardare anche le politiche migratorie , ma senza mai  giungere ad una assoluta garanzia di “impunità” a favore ad es. di  organizzazioni o esponenti politici,  restando invece punibili le dichiarazioni pubbliche che esprimano e siano suscettibili di suscitare sentimenti di avversione e di ostilità verso comunità o minoranze etniche, nazionali o religiose o sociali (si veda ad es. CEDU,  decisione 20 aprile 2010,  Le Pen c. Francia, causa n. 18788/09;  sentenza  16 luglio 2009, Féret c. Belgio; sentenza 22 ottobre 2007, Lindon Otcvhakovsky-Laurens July c. Francia; e,  per quanto riguarda il CERD, Kamal Quereshi v. Denmark , communication  No. 27/2002, Opinion of 19 August 2003;  P.S.N.  v. Denmark , communication No. 36/2006, Decision  of 8 August 2007;  A.W.R.A.P.  v.Denmark ,  communication No. 37/2006, Opinion of 8 August  2007; Saada Mohamad Adan  v. Denmark , communication No. 43/2008, Opinion  of 13 August 2010; Ahmed Farah Jama v. Denmark, communication n. 41/2008, of 21 August 2009).

Se venisse  definitivamente approvato, l’emendamento introdotto nella proposta di legge in materia di contrasto all’omofobia rischierebbe dunque di sottrarre il nostro Paese dai suoi obblighi derivanti dall’adesione e ratifica alla Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, ponendo dunque un problema di incostituzionalità del provvedimento per violazione dell’art. 117 c. 1 della Costituzione, come già evidenziato da diversi giuristi (si veda in proposito il commento dell’avv. Dimitri Lioi, apparso sul blog: http://www.dimitrilioi.it/?p=532, e quello dell’avv. Luca Morassutto, apparso sul sito di ‘Questione Giustizia’ (MD).

L’introduzione di un tale emendamento non pare nemmeno una scelta appropriata ed opportuna   nel momento in cui  il  Consiglio europeo si appresta  entro la fine del novembre 2013 a valutare il comportamento degli Stati membri UE nella lotta al razzismo e alla xenofobia, nell’ambito innanzitutto delle misure adottate o in vigore per conformarsi alle disposizioni della Decisione quadro  2008/913/EC  del 28 novembre 2009 sulla lotta contro talune forme di espressione di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale.

Apprezzabile, invece, il fatto che nel corso del dibattito in aula sia  stato approvato un emendamento all’art. 3 c. 1 del d..l 26 aprile 1993, n 122, convertito nella legge 205/1993, per cui la finalità o motivazione omofobica o transfobica nella commissione di un reato diventerebbe una circostanza aggravante ai fini della previsione della pena, in linea con quanto auspicato dalla  Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (2010)5 e con l’evoluzione già avvenuta nella normativa di  più della metà dei Paesi membri dell’Unione europea.

La proposta di legge intende, infine,  modificare il titolo e la rubrica dell’art. 1 della c.d. legge Mancino (Legge 205/1993), chiarendo che sono applicate anche ai condannati per una delle fattispecie precedenti – ovvero a seguito di condotta fondata sull’omofobia o transfobia – le pene accessorie previste dalla stessa legge Mancino (obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività; obbligo di permanenza in casa entro orari determinati; sospensione della patente di guida o del passaporto, nonché del divieto di detenzione di armi e del divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale).a cura del servizio antdiscriminazioni dell’ASGIIl testo del disegno di legge, nella versiona approvata dalla Camera dei Deputati il 19 settembre scorso: 

Art. 1.

(Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122)

1. All’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, lettere a) e b), sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «o fondati sull’omofobia o sulla transfobia»;

b) al comma 3, primo periodo, dopo le parole: «o religiosi» sono aggiunte le seguenti: «o fondati sull’omofobia o sulla transfobia»;

c) dopo il comma 3 è aggiunto il seguente:

«3-bis. Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei princìpi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni».

2. Al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al titolo, dopo le parole: «e religiosa» sono aggiunte le seguenti: «ovvero fondata sull’omofobia o sulla transfobia»;

b) alla rubrica dell’articolo 1, dopo le parole: «o religiosi» sono aggiunte le seguenti: «ovvero fondati sull’omofobia o sulla transfobia»;

c) all’articolo 3, comma 1, le parole: «o religioso» sono sostituite dalle seguenti: «, religioso o fondati sull’omofobia o transfobia».

Art. 2.

(Statistiche sulle discriminazioni e sulla violenza)

1. Ai fini della verifica dell’applicazione della presente legge e della progettazione e della realizzazione di politiche di contrasto della discriminazione e della violenza di matrice xenofoba, antisemita, omofobica e transfobica e del monitoraggio delle politiche di prevenzione, l’Istituto nazionale di statistica, nell’ambito delle proprie risorse e competenze istituzionali, assicura lo svolgimento di una rilevazione statistica sulle discriminazioni e sulla violenza che ne misuri le caratteristiche fondamentali e individui i soggetti più esposti al rischio con cadenza almeno quadriennale.